Pompei e il Rinascimento: un legame
impossibile? A prima vista sembrerebbe di sì. Eppure tracce di
materiali e reperti ceramici del XV-XVI secolo rinvenuti in
un’area di cantiere di Pompei, l’Insula Meridionalis, indizio
della frequentazione nel periodo rinascimentale dell’antica
città sepolta dall’eruzione vesuviana, attestano questo legame e
la continuità di una memoria storica che non si è mai interrotta
nel tempo.
Nell’immaginario comune la storia di Pompei è spezzata in due
blocchi netti e apparentemente separati tra loro: da un lato la
città romana, cristallizzata nel tempo dall’eruzione del 79 d.C.
e dall’altro la sua seconda vita, iniziata solo nel 1748 con gli
scavi borbonici, dopo quasi diciassette secoli di totale oblio.
Nel mezzo, uno spazio temporale in cui, tuttavia, la memoria
della città sepolta non si era mai del tutto spenta, ma era
stata custodita da una comunità rurale che in realtà non aveva
mai abbandonato quel territorio.
“Il docu-drama Pompei Fuori dal tempo con Tom Hiddleston e lo
studio dell’archeologo Steven Tuck – spiega il direttore del
Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel – mostrano come il tema
dei sopravvissuti sta finalmente diventando oggetto di ricerche
e di iniziative di divulgazione. Pompei, dopo l’eruzione , si
presentò come un paesaggio post apocalittico, eppure troviamo
tracce di persone che tornavano qui e una frequentazione che si
estende nel tempo: ma sono tracce labili di vite precarie,
all’ombra della storia ufficiale, e per questo hanno rischiato
spesso di essere dimenticate o cancellate”.
Oggi, la ricerca della Pompei dopo Pompei si rafforza con
alcuni recenti ritrovamenti materiali e artistici. Alcuni
reperti emersi durante le attività di scavo, restauro e messa in
sicurezza della cosiddetta Insula Meridionalis, un quartiere ai
margini meridionali della città, sono databili tra il XV e il
XVI secolo, attestando così una frequentazione in quell’epoca,
approssimativamente la stessa in cui venne realizzata la
Deposizione di Cristo attribuita ad Andrea Mantegna e riscoperta
recentemente nel Santuario della Beata Vergine di Pompei. Il
dipinto, di altissima qualità e a lungo ritenuto disperso, era
documentato fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di
San Domenico Maggiore a Napoli. Con ogni probabilità, la tela
giunse poi a Pompei negli ultimi decenni dell’Ottocento, proprio
durante la fondazione del Santuario mariano. Identificato alcuni
anni fa nel Palazzo della Prelatura di Pompei, il capolavoro è
esposto, dal novembre 2025, all’interno della nuova Pinacoteca
del Santuario, al termine di un lungo e meticoloso restauro
condotto presso i laboratori dei Musei Vaticani.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA

