L’intervista al presidente della Ficei e del Consorzio ASI Salerno: «Senza un mercato unico l’Italia continuerà a perdere competitività»
Antonio Visconti, presidente della Ficei e del Consorzio ASI Salerno, osserva da tempo come il prezzo dell’energia stia diventando il vero discrimine tra chi può continuare a produrre in Italia e chi invece è costretto a valutare delocalizzazioni.
Il problema non è più contingente, ritiene Visconti, ma sistemico. «Il costo dell’energia per l’industria italiana è ormai fuori scala rispetto ai nostri concorrenti europei e, soprattutto, si trascina da anni senza che si sia riusciti a incidere davvero sulla radice del problema», spiega al nostro giornale. «Un’impresa italiana paga l’elettricità all’ingrosso molto più di chi opera in Spagna, Francia o Germania, e ogni mese che passa assistiamo a un progressivo peggioramento del gap». Non è un tema tecnico, aggiunge, «è una questione di sopravvivenza per la nostra manifattura, perché senza una svolta rischiamo che intere filiere si spostino dove le bollette sono più leggere».
Qual è oggi la reale portata di questo squilibrio nei costi energetici tra Italia ed Europa?
«Nel mese di ottobre 2025 il prezzo medio dell’elettricità all’ingrosso in Italia si è attestato sui 111 euro per MWh, mentre in Spagna si è fermato intorno ai 76. Parliamo di un divario vicino ai 35 euro per MWh, quindi di un costo mediamente inferiore di un terzo per chi produce nella penisola iberica. È un handicap quotidiano, che non deriva da oscillazioni stagionali ma da una distorsione strutturale del nostro mercato. Le imprese italiane competono già su logistica, tassazione e burocrazia: aggiungere un sovraccarico energetico di questa portata significa chieder loro l’impossibile».
Questo differenziale non sembra un episodio isolato. È corretto parlare di un fenomeno strutturale?
«Assolutamente sì. Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità in Italia ha superato stabilmente quello della Spagna, e nei primi mesi del 2025 il trend non è cambiato. Non parliamo di un’anomalia temporanea, ma di un limite sistemico che penalizza tutto il nostro apparato industriale. Se altri Paesi riescono a mantenere prezzi più bassi, inevitabilmente attraggono investimenti. È una dinamica semplice: se per produrre la stessa cosa pago molto meno altrove, prima o poi sono spinto ad andarmene. E questo l’Italia non può permetterselo».
Lei invoca un vero mercato unico dell’energia. Cosa cambierebbe per il sistema produttivo?

«Cambierebbe tutto. Se le imprese italiane potessero approvvigionarsi alle stesse condizioni delle aziende spagnole, avremmo un beneficio potenziale del 30-35%. Per un consorzio che consuma 100 GWh l’anno significa un risparmio di 3-4 milioni di euro, risorse che potrebbero essere reinvestite in innovazione, infrastrutture, tecnologie. Ma il mercato unico non può rimanere un’aspirazione sulla carta: servono interconnessioni europee, regole comuni, un sistema che permetta davvero di comprare energia laddove conviene. Senza questa integrazione il rischio è immediato: gli investimenti seguono il costo dell’energia».
Sul fronte italiano, cosa dovrebbe contenere il nuovo decreto energia per essere davvero efficace?
«Servono interventi rapidi e strutturali su tre punti: riduzione del differenziale di prezzo con l’Europa, sostegno agli investimenti in autoproduzione e rinnovabili nelle aree industriali, semplificazione delle autorizzazioni. Ogni mese di ritardo si traduce in milioni di euro di costi aggiuntivi per le imprese. Non servono misure tampone, serve un cambio di passo. L’energia non è una riga del bilancio: è il prerequisito per mantenere industria, occupazione e sviluppo».
Lei ha lanciato un avvertimento molto netto: “senza interventi rischiamo di perdere fabbriche”. È davvero uno scenario possibile?
«È più che possibile: è probabile, se non invertiamo la rotta. Le aree industriali che rappresentiamo non possono sostenere a lungo un costo energetico così alto rispetto ai concorrenti europei. Se l’Europa non accelera verso un mercato unico e l’Italia non agisce in modo tempestivo, rischiamo di vedere crescere i debiti e diminuire le fabbriche. È il momento di passare dagli annunci alle decisioni. L’industria italiana non ha più margini di attesa».

