Il regime iraniano è saldo,
nonostante le numerose perdite ai vertici a causa dei
bombardamenti americani e israeliani, e la Guida Suprema Mojtaba
Khamenei è pienamente operativa: “Si trova nel Paese e svolge le
proprie funzioni di comando nella situazione di guerra”. Lo
assicura l’ambasciatore a Roma Mohammad Reza Sabouri in un
colloquio con l’ANSA ad ampio raggio su tutti i nodi del
conflitto: dallo stato dei negoziati con gli Usa alle ambizioni
nucleari di Teheran, dalla crisi di Hormuz alla possibili
minacce di attacchi all’Europa.
L’ayatollah Mojtaba Khamenei, dalla sua nomina come
successore del padre Ali Khamenei, finora ha diffuso soltanto
messaggi scritti senza mai mostrarsi, tanto che si sono diffuse
voci che fosse stato trasferito all’estero per curarsi dopo
essere stato ferito nei raid. L’ambasciatore liquida queste
speculazioni come “propaganda e disinformazione, tipica degli
apparati mediatici israeliani”, chiarendo che “il nostro leader
guida il Paese in coordinamento con le altre istituzioni” e “non
è ancora apparso pubblicamente per ragioni di sicurezza”. In
ogni caso, puntualizza, “la nostra struttura politica non
dipende da una singola persona” e “nonostante gli attacchi e la
perdita della Guida precedente il sistema continua a funzionare
normalmente”, con il “consenso totale della popolazione”.
Riguardo ai negoziati, Donald Trump ha affermato che l’Iran
ha ricevuto un piano americano di 15 punti e che la trattativa
ha fatto molti progressi perché il regime ha fatto tante
concessioni. La versione di Teheran però diverge profondamente.
Sabouri spiega che le loro posizioni restano quelle “chiaramente
presentate durante il secondo round che si è svolto a Ginevra”
ed è stato interrotto dall’avvio dell’operazione Epic
Fury-Ruggito del Leone, lo scorso 28 febbraio: tali condizioni
prevedono in prima battuta la “fine immediata degli attacchi e
degli omicidi nella regione” ed il “risarcimento dei danni di
guerra”, nel rispetto del “diritto internazionale”. Inoltre,
dall’inizio delle ostilità, “vari attori hanno cercato di
ridurre le tensioni e fermare la macchina bellica
israelo-americana proponendo diverse idee”. Il problema, secondo
il diplomatico, è che gli Usa hanno fatto richieste
“irragionevoli” ed hanno assunto un “comportamento
contraddittorio”, alimentando la “sfiducia” sulla loro “reale
volontà” di trovare una “soluzione pacifica”.
Riguardo ai temi della trattativa, l’Iran ribadisce che “non
ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari, ma non rinuncerà mai
ai propri diritti” ad avere un nucleare civile, come previsto
dall’accordo internazionale Jcpoa firmato negli 2015 insieme a
Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania.
Accordo, afferma l’ambasciatore, “compromesso dall’uscita
unilaterale degli Usa” nel 2018 durante il primo mandato di
Trump e “dalla mancata attuazione degli impegni europei”. Ed
anche in questi ultimi round negoziali, il regime ha “presentato
proposte generose per risolvere la crisi”.
Un altro nodo che ostacola il negoziato è rappresentato dal
blocco di Hormuz, che ha messo in crisi le rotte marittime
commerciali, ma Teheran rivendica le misure adottate: ‘Lo
Stretto è chiuso soltanto ai nemici, in condizioni di guerra non
vi è motivo di consentire il passaggio alle navi ostili”,
sottolinea l’ambasciatore, accusando gli Usa di doppiopesismo:
hanno “sostenuto il blocco di Gaza da parte di Israele ma allo
stesso tempo ci criticano per Hormuz”.
C’è poi la questione che riguarda le preoccupazioni
dell’Europa su possibili attacchi iraniani, dopo alcune
dichiarazioni delle forze armate israeliane secondo cui Teheran
avrebbe missili balistici in grado di raggiungere anche capitali
come Berlino, Parigi e Roma. Anche in questo caso Sabouri parla
di “disinformazione”, sostenendo al contrario che c’è il rischio
che “Stati Uniti e Israele possano cercare di espandere il
conflitto coinvolgendo altri Paesi o attraverso operazioni sotto
falsa bandiera”.
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