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Home Politica

L’Italia al vertice negli Usa sul ‘terrorismo rosso’, è polemica

di Redazione Il Giornale dei Mercati Finanziari
13/07/2026
in Politica

Prima il no che filtrava dalla Farnesina. Poi il sì, maturato su impulso di Giorgia Meloni. La mediazione scelta da Palazzo Chigi – un sottosegretario invece di un ministro – per non lasciare vuota la sedia italiana al vertice di Washington sulla presunta “rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra”, senza però esporsi ai massimi livelli, non spegne le polemiche. Anzi. Il cambio di rotta, nei numerosi affondi delle opposizioni, vale più della formula scelta: conferma che, quando c’è da scegliere tra l’Europa e il rapporto con Donald Trump, la premier continua a privilegiare il legame oltreoceano. Una missione “indecorosa”, la bolla l’ex ministro dem agli Affari europei Enzo Amendola, facendosi interprete di un campo largo che – almeno su questo fronte – ritrova un bersaglio comune dopo le crepe degli ultimi giorni. E affonda direttamente sulla premier, protagonista – attacca la senatrice del M5s Alessandra Maiorino – di un “tentativo disperato di rientrare nelle grazie del presidente americano, anche a costo di sposare il modello fascistoide”.

Non è soltanto una questione di protocollo. Sul tavolo del convegno targato Marco Rubio c’è una delle ossessioni di Trump: gli antifa, catalogati come una galassia di collettivi e movimenti senza una cabina di regia né una struttura unitaria, sotto cui finiscono realtà molto diverse, dalle proteste anti-Ice ai cortei universitari fino alla sinistra radicale. Lo scorso anno il tycoon, che già durante le proteste di Black Lives Matter nel suo primo mandato aveva fatto degli Antifa uno dei suoi nemici simbolo, li ha bollati con un executive order come “organizzazione terroristica interna”. Una definizione che in Europa non trova alcuna equivalenza.

 Il poco preavviso e gli inviti dai contorni poco chiari dell’iniziativa recapitati a oltre sessanta Paesi – stando alle ricostruzioni del Washington Post – hanno spinto molti governi a mantenere un profilo basso, limitandosi a una rappresentanza diplomatica. L’Italia sceglie invece un’altra strada e il candidato più accreditato a volare oltreoceano è il sottosegretario all’Interno della Lega, Nicola Molteni. Un passo in più che alimenta lo scontro, portando +Europa a invocare una retromarcia del governo. Oppure, è la provocazione di Riccardo Magi, a spiegare a Rubio che oggi il vero “pericolo eversivo” per le democrazie liberali è “l’involuzione illiberale degli Stati Uniti di Trump”. “L’Italia avrebbe dovuto prendere le distanze” da una “caccia alle streghe ideologica”, sono le voci anche dei leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, che – annunciando un’interrogazione parlamentare – chiedono di fare luce sulle presunte richieste giunte a giugno dall’amministrazione Usa su gruppi e associazioni della sinistra italiana.

 A pesare più di tutto, però, è il momento delicato che attraversa il rapporto tra Meloni e Trump, aggravato dall’ultimo caso dell’ordinanza restrittiva sbandierata a favor di social dal tycoon. Un tasto dolente su cui le opposizioni continuano a battere, descrivendo la premier come “sempre pronta a rispondere signorsì” all’inquilino della Casa Bianca. L’ennesima scelta di non opporsi all’amministrazione Usa, è la lettura offerta anche dal senatore di Italia Viva Enrico Borghi, altro non dimostrerebbe una “costante subalternità” nei confronti di Washington. Non è così, osserva, “che il governo italiano potrà sperare – o sognare? – di tornare agli antichi fasti del presunto ponte” tra l’Europa e gli Stati Uniti.   

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