(di Paolo Petroni)
MARCELLO FOIS, ”l’IMMENSA
DISTRAZIONE” (EINAUDI, pp. 282 – 19,50 euro) – ”Sullo sfondo
emblematico di un mattatoio con l’odore del sangue, ‘il rovello
dei bovini e la stizza dei maiali” portati a morte, tra ”lo
stridore di corvi e cornacchie sui rami dei pioppi scheletrici …
e la voluttà delle mute di gatti che ne leccavano i pavimenti”,
Ettore Manfredini ripercorre tutte le vicende della propria
vita, e di quel macello che è stata la storia italiana degli
ultimi cento anni, con una consapevolezza che non è fonte di
bilanci ma accettazione tranquilla della ”moltitudine di errori
che, in quella breve stagione che era stata la sua esistenza
mortale, aveva commesso”.
La memoria è vita per Ettore che ”nonostante fosse appena
morto, la mattina del 21 febbraio 2017, ebbe la sensazione di
svegliarsi” e che tutto gli tornasse in mente non in modo
diacronico ma nella ”contingenza di abitare due mondi diversi
allo stesso tempo”, capendo che ciò che era saliente in un
mondo, diventava secondario nell’altro e, dunque, che era
perfettamente inutile aspettarsi uno scorrere ordinato delle
sensazioni e dei ricordi”. Tali suoi estremi momenti di
coscienza, nella narrazione di Fois, si alternano a questo
ricostruire le vicende sue e della sua famiglia dagli anni
trenta al momento della sua morte e poi i nostri giorni.
Se in ‘Stirpe’ del 2010 inseguendo destini individuali
affrontava il senso della storia di una comunità, allora ancora
la sua Sardegna, dopo le vicende del brigante Michele Stocchino
in ‘Memoria del vuoto’, ora è come allargasse il suo orizzonte e
lo facesse ancora più esemplare ambientando tutto nel modenese,
nel continente.
Si parte da quando, per le leggi razziali, Ettore si ritrova
proprietario prestanome del macello kosher dei suoi padroni, la
famiglia Teglio, che sparirà tutta nei lager nazisti, e di cui
si salverà solo la giovane Marida, che Ettore sposerà come per
regolare la propria ambigua posizione, trasformato il macello
con l’ingresso dei maiali e perso ogni ebraico rituale di
rispetto verso il sacrificio dell’animale. Su queste basi
costruisce il suo impero di grande imprenditore di successo, di
uomo anaffettivo dedito a far soldi.
Il difficile rapporto con i figli e di questi col padre è uno
dei temi del romanzo: ”Voler bene, non era una formula adatta a
definire i rapporti tra padre e figlio, ma solo una convenzione,
un paravento per nascondere l’ipocrisia”. C’è Edvige, che si
farà suora; Ester che invece finirà in galera per
favoreggiamento della lotta armata: Enrica, l’unica che seguirà
il padre e lavorerà in azienda; e Carlo, non sopportato e poco
considerato, ma che sposato con Lucia, gli darà un nipote, Elio,
che unico e ”raffinato” accenderà in lui una scintilla di
interesse reale e che comunque vuole fare lo scrittore, in un
passaggio simbolico di una vita al presente con l’assillo
dell’accumulo di ricchezze all’interesse per l’arte e la
letteratura ”che non deve mai essere puntuale, ma sempre in
ritardo o in anticipo”.
Un’epica piena di ombre, malinconicamente e vitalmente
esistenziale che ha una sua lucida lettura solo nel momento
della morte, quello in cui una diceria sostiene tutto torni in
mente come un ”flusso istantaneo, ma non per questo
impreciso”. E Ettore Manfredini appare l’origine del racconto
in terza persona, quindi quasi come un narratore onnisciente
indagando e ripercorrendo le vite e i sentimenti di tutti,
oramai passato dall’altra parte, quindi senza alcuna necessità
di falsi sentimentalismi, di cedimenti retorici, ma anzi con
quella lingua di Fois precisa e chiara, puntuale e incisiva, che
dà sostanza all’immensa distrazione e tutto sostiene in una
narrazione classica ricca di metafore, riflessioni, racconti,
articolati passaggi dal particolare al generale, dall’io al noi
alla storia.
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