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Home Cultura

Favino dirige la moglie Anna Ferzetti in una gran prova d’attrice

di Redazione Il Giornale dei Mercati Finanziari
06/03/2026
in Cultura

Paolo Petroni
Ha avuto coraggio Pierfrancesco
Favino a proporre questo ‘People, Places & Things (Cose, posti e
persone)’ di Duncan Macmillan esaltandone da regista il lato
ossessivo e disturbante, pur giocando anche su qualche paradosso
comico, e con lui Anna Ferzetti, senza risparmiarsi con un
personaggio così impegnativo, fragile e esasperato, in un’ottima
prova d’attrice. Comunque proposta giusta, e applauditissima la
sera della prima all’Ambra Jovinelli (dove si replica sino al 15
marzo), in anni in cui le dipendenze stanno diventando un
problema sociale, da quelle da droga, sempre più diffusa, a
quelle da alcol sino a quelle da social, e non riguardano solo i
più giovani.
   
La protagonista, che si nasconde dietro diversi nomi, dalla
Nina di Cechov a altri inventati sino al suo vero, nel finale,
Lucia, è un’attrice e una donna adulta e autodistruttiva,
gravemente alcolizzata e tossicodipendente, che un ultimo
barlume spinge a cercare di disintossicarsi ricoverandosi in un
centro specializzato. E’ “un urlo in cerca di una bocca” e ci
prova due volte, una prima con la sfrontatezza, l’aggressività e
le false sicurezze di chi continua a vivere una sua finzione, la
seconda con maggiore disponibilità, grazie anche a una serie di
incontri fortunati, a cominciare da Elia, un ex drogato
diventato poi infermiere che cerca il confronto con lei e la
protegge.
   
Il sipario si leva su di lei, di spalle, una Nina in scena
confusa, incapace di interagire con Kostja nel ‘Gabbiano’, non
ricordando le battute e barcollando. Poi crolla realmente e
metaforicamente il sipario che fa da fondale e irrompe
l’ossessione con una musica fortemente sincopata, ripetitiva
(purtroppo lasciata a volume alto anche durante l’intervallo),
una discoteca dalle luci rosse lampeggianti che la inghiotte, in
cui si perde, il caos senza il quale le sembra di non vivere. La
ritroviamo all’accettazione del centro medico mentre parla con
la madre, cui lei dà della stronza e questa l’accusa di far la
drammatica. Si trova divisa (con echi pirandelliani) tra la
verità del teatro e la finzione della vita e in certi momenti
critici eccola, con bella invenzione visiva, sdoppiarsi con
altre se stessa che le si agitano attorno, ma in realtà dentro
la sua testa.
   
Da vincere c’è il rapporto tra il recitare una parte (alla
prima seduta terapeutica di gruppo invece di raccontare di sé,
usa come schermo la storia della Hedda Gabler di Ibsen) e la
difficoltà di essere se stessa, di accettarsi e mettersi in
gioco dolorosamente, imparando a sopportare le cose, i posti, le
persone che potrebbero ridurla in tentazione, anche perché la
famiglia che ha alle spalle è dura e impietosa, specie la madre
implacabile.
   
Una prima parte (un po’ lunga e cui forse gioverebbe al ritmo
qualche taglio) appunto ossessiva, un gorgo che ci porta
nell’inferno interiore della donna, tra finzioni, sofferenze,
intolleranze e una seconda più intensa, che trova una sua via di
uscita con una Ferzetti che lavora su un ventaglio di intimi
sentimenti, dalla sofferenza al bisogno di affetto e
comprensione, alla reazione e un Elia di Thomas Trabacchi dalle
belle sfumature di vera umanità. Con loro è l’altro infermiere,
più superficialmente aspro, di Toto Onnis, una realistica Betti
Pedrazzi e molti altri, che hanno meritato gli entusiastici
applausi della prima.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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