(di Francesco De Filippo)
MAURIZIO MARZI WILDAUER, “IL GENIO
DI TRIESTE” (Rubbettino; 289 pag.; 24 euro) Per quali ragioni
una città per un paio di secoli ricca, appagata, moderna e
cosmopolita come Trieste si trasformò in un baleno in uno dei
luoghi dove più ferocemente si manifestarono nazionalismi,
conflitti etnici, ideologie totalitarie? Una risposta l’ha
ipotizzata, dopo anni di appassionati studi, Maurizio Marzi
Wildauer nel suo libro “Il genio di Trieste”.
Qui “genio” sta nella accezione dello spirito che guida il
destino degli uomini; il genius loci, anima di un luogo,
carattere di identità ed energia.
Ebbene, Marzi Wildauer individua nella “atopia” la ragione di
quella trasformazione. Anche qui, non nell’accezione
immunologica ma in quella filosofica (dal greco atopos, a
privativo, topos luogo): “fuori luogo”, “senza posto”. Qualcosa
di simile al Marc Augè del “non luogo”; ma l’antropologo
francese si riferisce a stazioni, centri commerciali, Marzi a
una intera città inventata dalle fondamenta. Come fu per Trieste
per mano prima di Maria Teresa d’Austria e poi di suo figlio
Giuseppe II, l’impero asburgico.
“Il legame che lega l’essere umano al suo luogo di
provenienza è tra i meno conosciuti – premette l’autore – Non è
scelto, è un legame antropologico e non si può non vedere come
si crei misteriosamente tra l’essere e il luogo in cui vive”.
Ebbene, “nel 1719 gli Asburgo instaurano il porto franco a
Trieste con cambiamenti culturali, spirituali” e soprattutto
economici. Nel regime da Medio Evo, Trieste fu scaraventata
nella modernità: “Viene costruita una città di fondazione, senza
passato, storia o radicamenti; chi vi abita viene da fuori” e vi
arriva solo per fare affari. Leciti e legittimi ma come
inoculati in un tessuto sociale plasmatosi su altri principi e
norme. Giuseppe II darà il colpo di grazia: nella religiosissima
Trieste dove la Compagnia di Gesù forma la classe dirigenziale e
vige l’Ordnung (l’ordine, la regola), il sovrano vende conventi,
trasforma la curia in ospedale, sostituisce la religione con il
commercio, come dice lo studioso Michele Scozzai, che ha vissuto
la gestazione del volume. Un vento di sradicamento che cancella
il passato e ha negli occhi il futuro di una Trieste
multiculturale, multireligiosa (dunque laicizzata e
desacralizzata), “deconflittualizzata” e depoliticizzata. Una
Las Vegas dell’epoca, sorta non per azzardo e licenziosità ma
per arricchimento. Marzi cita gli storici: “Il cambiamento fu
così veloce che in 6/7 anni più della metà degli abitanti non
era nata a Trieste”; “questa sostituzione degli abitanti cambia
radicalmente il senso dell’abitare”.
Francesco Magris nella prefazione parla di una tesi
“innovativa e controcorrente del libro” e sintetizza: quella
società moderna, cosmopolita, “in cui le differenze culturali,
religiose ed etniche sembravano superate dalla comune tensione
liberale e capitalista non resistette all’urto dei nazionalismi
proprio in virtù delle sue artificiali modalità di nascita e di
sviluppo che ne avevano fatto un’Atopia un non luogo disancorato
da qualsiasi radicamento culturale e valoriale e perciò fragile,
esposto all’ irruzione violenta dell’elemento politico”. Che
butta per aria la città deconflittualizzata. Dall’ utopia di un
mondo moderno all’atopia. Mentre a Roma, Venezia, Milano ci si
ammazzava, a Trieste il primo conflitto divamperà solo nel 1868
con Guglielmo Oberdan. Il ‘900, poi, trasformerà questo centro
di 300mila abitanti in una fucina delle più terribili atrocità:
200 anni di ‘cosmopolis’ cancellati da due conflitti mondiali,
nazionalismi, tensioni con la comunità slava. Dal fascismo: “Fu
l’approccio più politico nella città non politica”, indica
Marzi. I fascisti “avevano chiaro il rapporto tra idea politica
e luogo dove si abita”; cacciarono “gli slavi, restii all’
assorbimento”. E la massoneria? Quella “accoglie il diverso, di
ogni fede politica, in essa la città frammentata trova un filo
che lega tutti. E’ per questo che il fascismo, difensore
dell’italianità, la combatte”.
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