(di Francesco Gallo)
“Il Bif&st l’ho concepito esattamente
così come fossero pagine di un giornale. Il punto di partenza
non è la cinefilia, anche se ovviamente adoro il cinema e ho
passato tutta la vita a vedere film e scriverne, ma il rapporto
con la realtà, quindi l’attualità. Un esempio? L’omaggio che
abbiamo fatto l’altro giorno all’ultimo minuto a Gino Paoli”. A
parlare così è il cronista che c’è in Oscar Iarussi, direttore
artistico del festival barese che si chiude il 28 marzo, ma già
per anni direttore della Gazzetta del Mezzogiorno oltre che
saggista, critico cinematografico e, tra l’altro, autore per Il
Mulino di C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita,
Andare per i luoghi del cinema e Amarcord Fellini. L’alfabeto di
Federico.
Nato a Foggia, nel 1959 due anni fa ha raccolto il testimone
di Felice Laudadio prendendosi cura con discrezione e competenza
di questa manifestazione. Il bilancio di questa edizione? “Sono
positivi sia i numeri di presenze che di bilancio – dice Iarussi
all’ANSA -. E questo vale anche per le proiezioni mattutine a
partire dal lunedì mattina che per quelle pomeridiane del
Petruzzelli, che è comunque un teatro enorme di circa mille
posti. A me piace pensare che sia un festival con un pubblico
molto giovane anche grazie al lavoro che abbiamo fatto nei mesi
scorsi con le scuole e con le università. La linea editoriale di
quest’anno è di fatto rimasta immutata rispetto all’anno scorso
con un festival lungo quell’orizzonte europeo e Mediterraneo che
è anche l’identità di un territorio. Il Bif&st contribuisce a
un’identità territoriale, quella di Bari e della Puglia e ci
confortano le dichiarazioni positive che ho letto in questi
giorni degli operatori del turismo che dicono aver avuto un
riscontro di presenze molto forti”.
Eventuali modifiche per la prossima edizione? “Potenziare la
proposta di film classici del passato, vista la risposta che
hanno avuto anche nel pubblico più giovane. Ho visto la gente
partecipare e commuoversi per la serata di Nuovo cinema paradiso
con le musiche di Morricone. Piangevano a cominciare dallo
stesso Tornatore”.
Qual è la cosa che più la spaventa e quella che le piace di
più in un festival? “Mi spaventa perdermi per strada un ospite,
la cosa che mi piace di più è quello che succede in certi
momenti informali a bordo festival che si creano anche con il
pubblico, la gente che ti ferma e si mette a parlare con te, che
ti fa i complimenti o protesta per qualcosa”.
Come vede oggi il cinema italiano? “C’è una certa vitalità
nel documentario. Siamo un po’ tornati al dopoguerra, quando il
documentario era una palestra, non dico un refugium peccatorum,
ma capace di cose molto belle. C’è poi l’annosa questione del
tax credit, oggetto di una polemica politica infinita perché
quella stretta ha ridotto le opportunità. C’erano delle
dismisure che effettivamente andavano corrette, perché ci sono
stati degli eccessi, quindi era giusto secondo me che il governo
intervenisse, ma forse un intervento così drastico ha un po’
paralizzato tutto”.
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