(di Elisabetta Stefanelli)
SAUL STEINBERG, TUTTO IN LINEA
(Adelphi Edizioni, Traduzione di Gabriella Pandolfo, Fuori
collana, pp. 165, euro 38,00)
“Ci si sente inappropriati nel descrivere il lavoro di Saul
Steinberg a parole, perché le trascende. Lui stesso si definiva
“uno scrittore che disegna”, forse perché non aveva una sua
lingua: rinnegò il romeno, sua lingua madre, quando giunse in
Italia a diciannove anni, e adottò l’inglese quando si trasferì
negli Stati Uniti a ventotto. Ma i suoi disegni hanno una
capacità di parlare che si trova raramente nei disegni. O nelle
parole, se è per questo”. È esattamente così che ci si sente
sfogliando le pagine di Tutto in Linea di Saul Steinberg, come
scrive nell’introduzione Liana Finck nel volume Adelphi
arricchito anche dalla postfazione di Iain Topliss e una nota di
Tullio Pericoli. Come disse lui stesso, in modo geniale, usò a
suo vantaggio “l’elemento dello snobismo [del ‘New Yorker’],
molte persone facevano finta di capire. Non avrebbero mai
ammesso il contrario … ho sfruttato questo aspetto, continui a
martellare finché lentamente non viene capito”.
Ora che le sue vignette sono un classico assoluto, è di
struggente bellezza vedere 138 tavole in bianco e nero in questo
volume fuori collana in cui torna il suo primo grande successo,
Tutto in Linea, apparso per la prima volta nel 1945 e così
fortemente intriso dal carattere espressionista che ne fa
artista prima che vignettista. A segnarlo senza dubbio proprio
la collaborazione con il mitico New Yorker, luogo di
intelligenza raffinata dove anche la satira di Steinberg diventa
riflessione filosofica. Illustra “concetti astratti e grandi
misteri con la stessa fine immediatezza con cui disegna aneddoti
della vita quotidiana”, e di questa ricchezza il tratto
distintivo è proprio il più essenziale, la riga nera, la linea
della matita che si fa forma, pensiero, mondo. Quella linea mai
in linea, sempre inclinata, sempre sbilenca, a tratteggiare
politica, storia, società, storie pubbliche e private di un
autore senza radici, capace forse per questo più di altri di
cogliere il carattere distintivo del luogo in cui si trovava. Un
mondo dentro l’altro, ognuno con il suo mondo, in 138
illustrazioni in bianco e nero.
Mai prima di allora un cartoonist aveva azzardato ricerche
tanto audaci: il suo umorismo poetico amplia gli orizzonti,
rovescia prospettive, scopre nel familiare qualcosa di inatteso,
spiazza il lettore con associazioni imprevedibili. E appare
chiaro per quale ragione Steinberg si definisse “uno scrittore
che disegna”: i lavori inviati da vari fronti di guerra (Cina,
India, Nordafrica, Italia) durante il secondo conflitto mondiale
sono veri e propri reportage per immagini, tra scene di vita
militare e “quadri d’ambiente”, dove osservazione e riflessione,
tratto grafico e racconto coincidono. Dobbiamo allora, come
osserva Tullio Pericoli, essere grati a Steinberg non solo per
l’unicità della sua linea ma, soprattutto, perché più di
chiunque altro ha acuito le nostre capacità visive, facendoci
scoprire che “gli occhi possono servirci anche per pensare” e
che dunque “vedere è pensare”.
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